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Lettera dalla prigione di Birmingham di Martin Luther King

red - La lettera dalla prigione di Birmingham, o lettera dal carcere di Birmingham, è una lettera aperta scritta il 16 aprile 1963 da Martin Luther King dal carcere di Birmingham, in Alabama, dove era incarcerato a causa della sua partecipazione a una protesta non violenta contro la segregazione razziale. La lettera consiste in una risposta alla dichiarazione scritta da otto ecclesiastici il 12 aprile intitolata A Call For Unity. I sacerdoti erano consapevoli delle ingiustizie sociali, ma speravano che la battaglia contro la segregazione razziale si combattesse solo nei tribunali. King rispose che senza l'azione diretta e non violenta, non si sarebbero mai potuti ottenere dei veri diritti civili. La lettera fu pubblicata per la prima volta il 12 giugno 1963 e include la famosa dichiarazione «L'ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque».

 Martin Luther King, “Lettera dalla prigione di Birmingham” 

Sono a Birmingham perché qui regna l’ingiustizia. Proprio come i profeti, già otto secoli prima di Cristo, che lasciarono i loro villaggi per portarsi lontano “così come disse il Signore” oltre i confini delle loro città natie, e così come l’Apostolo Paolo lasciò il suo villaggio di Tarso e portò il Vangelo di Gesù agli angoli più lontani del mondo greco-romano, così io sono stato costretto a portare la parola libertà oltre la mia propria città natale. 

Ogni cosa che tocchi uno direttamente tocca tutti indirettamente. Mai potremo di nuovo permetterci di vivere con l’angusta, provinciale idea dell’“agitatore esterno”. Chiunque viva negli Stati Uniti non può essere considerato un estraneo all’interno dei suoi confini. Voi deplorate le dimostrazioni che hanno avuto luogo a Birmingham. Ma le vostre argomentazioni, mi spiace dirlo, sbagliano a esprimere una simile preoccupazione per le condizioni che portarono alle dimostrazioni. 

Potete chiedere: “Perché l’azione diretta? Perché sit-in, marce e così via? Non è la negoziazione una strada migliore?”. Avete ragione a chiedere una negoziazione. Infatti questo è il vero scopo dell’azione diretta. L’azione diretta nonviolenta cerca di creare una crisi ed incoraggia una tensione che costringa una comunità che è stata costantemente rifiutata al negoziato, a confrontarsi col problema. Essa cerca di drammatizzare così tanto il problema che non possa essere ignorato. Ma devo confessare che non ho paura della “tensione”. Ho seriamente opposto una tensione non-violenta ma c’è un tipo di tensione costruttiva nonviolenta che è necessaria per la crescita. 

Amici, devo dirvi che non abbiamo fatto un singolo profitto nei diritti civili senza una determinata, legale e nonviolenta pressione. Sappiamo attraverso dolorose esperienze che la libertà non è mai data volontariamente dall’oppressore; deve essere chiesta dall’oppresso. Mi sono appena impegnato in una lotta ad azione diretta che era ben programmata nell’ottica di coloro che non hanno sofferto della malattia della segregazione. Per anni ho sentito la parola “Aspetta!”. Suona nell’orecchio di ogni nero con acuta familiarità. Questo “aspetta” ha molto spesso voluto significare “mai”. Dobbiamo venire a vedere con uno dei nostri eminenti giuristi che “la giustizia troppo a lungo ritardata è giustizia negata.” 

Io sarei il primo a chiedere di obbedire alle leggi giuste. Uno ha una responsabilità non solo legale ma anche morale per obbedire a leggi giuste. Al contrario, uno ha la responsabilità morale di disobbedire a leggi ingiuste. Sono d’accordo con S. Agostino per cui: “Una legge ingiusta non è affatto una legge”. Per porla nei termini di S. Tommaso d’Aquino: “Una legge ingiusta è una legge umana che non trova radice nella legge eterna e nella legge naturale. Ogni legge che innalza la personalità umana è giusta. Ogni legge che degrada la personalità umana è ingiusta”. 

Ho provato a stare fra queste due forze dicendo che non abbiamo bisogno di emulare ne “il fare nullismo” del compiacente ne l’odio del nazionalismo nero. C’è una più eccelsa strada dell’amore e della protesta nonviolenta. Sono grato a Dio che, attraverso la Chiesa del Nero, la strada della nonviolenza diventi parte integrante della nostra lotta. In questa filosofia non è emersa, ma ora, molte strade del Sud, sono convinto, vorrebbero essere insanguinate. 

Sono convito per il futuro che se i nostri fratelli bianchi liquidassero come provocatori canaglie e agitatori esterni quelli di noi che impiegano l’azione diretta nonviolenta, e se essi rifiutassero di sostenere i nostri sforzi nonviolenti, milioni di neri, frustrati e disperati, cercheranno consolazione e sicurezza nelle ideologie del nazionalismo nero - uno sviluppo che porterà inevitabilmente ad un pauroso incubo razziale. 

Non fu Gesù un estremista per amore? - “ama i tuoi nemici, benedici coloro che ti maledicono, fa del bene a quelli che ti odiano e prega per quelli che ti usano e ti perseguitano”. 

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