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Una start-up di nome CLIL (parte prima)

a cura di Antonella Motta - Non è una provocazione: il CLIL ha proprio tutte le carte in regola per esser definito una start-up; intorno ad esso c’è il nuovo ruolo dell’insegnante che costruendolo su misura si affranca dalla schiavitù di chi è in balìa delle mode metodologiche[1]. Ciò costituisce, di fatto, uno strumento di riqualificazione per la figura dell’insegnante che viene attivamente coinvolto e, talvolta, dovrà rivoluzionare il suo modo di vedere le cose in funzione della cooperazione con un team di lavoro. Teniamo presente che sperimentare per innovare corrisponde a mettere in discussione l’intero sistema adottato fino a quel momento, con tutte le difficoltà che ciò comporta.

Se non si vuole rischiare di tradire i buoni propositi dell’approccio didattico CLIL, la parola d’ordine è Progettare. Il monte ore da dedicare al CLIL, infatti, varia a seconda del tipo di istituzione scolastica e degli obiettivi formativi che ci si pone rispetto alle risorse umane spendibili;  tutto ciò, vedremo poi in che termini, dovrà avere riscontro sul piano economico destinabile ad una progettazione di questo tipo: una vera start up.

Si opterà per un quantitativo orario più o meno esteso in base alla scelta effettuata in seno al Collegio dei Docenti, che valuterà l’opportunità di sviluppare una sezione modulare o una soluzione più estesa, anche in base al numero di discipline o di L2 (lingue straniere) da coinvolgere nel progetto. Naturalmente, più ambiziosi saranno gli obiettivi formativi CLIL e più alto dovrà essere l’investimento orario.

Tra i fattori qualitativamente importanti si ricorda che, oltre alle scelte organizzativo-metodologiche, bisogna tenere in considerazione l’intensità dell’intervento didattico stesso,  la cui riuscita è dovuta anche al grado di concentrazione oraria rispetto allo spazio temporale destinato al progetto: maggiormente si consoliderà la disciplina nel periodo immediatamente precedente la presentazione in lingua straniera, tanto più si faciliterà il processo di labeling (etichettamento nel senso di associazione terminologica Italiano/L2). Un tempo troppo esteso tra la presentazione del contenuto e la sua riproposizione in lingua straniera, evidentemente non agevolerà la sovrapponibilità delle due fasi.

Un punto nodale, perciò, è la programmazione; la domanda spontanea vorrebbe chiedere  “perché, in proporzione, si dedica più tempo per programmare l’intervento CLIL?” Sicuramente perché una puntuale programmazione in team (insegnante disciplinare e di lingua seconda) è auspicabile per chiarire e stabilire anticipatamente l’incidenza, la qualità e gli ambiti di valutazione sia della lingua veicolare che dei contenuti disciplinari e ciò richiede un tempo congruo.

Non ci stupisce un puntuale calcolo di numerose variabili, dato che nel CLIL gli obiettivi linguistici e quelli disciplinari godono di pari dignità e, di conseguenza, vanno perseguiti simultaneamente.

Si potranno, comunque, verificare situazioni in cui sarà momentaneamente necessario concentrarsi maggiormente sugli obiettivi linguistici o su quelli di contenuto disciplinare, dato che l’ambiente CLIL è ampiamente influenzato da variabili di natura motivazionale, ma anche economica!

Appare chiaro come le attività didattiche e tutti gli interventi ad esse collegati (anche quelli di esperti del settore, invitati a relazionare sull’argomento tecnico in L2), vadano programmati con grande precisione e attenzione sul piano economico; citiamo qui, ad esempio, possibili interventi in lingua straniera richiesti all’uopo a soggetti competenti, come una ricercatrice universitaria per un laboratorio scientifico CLIL o, ancora, un esperto di astronomia per un CLIL in quinta classe Primaria o, diversamente, un ingegnere informatico che lavora per una ditta importante nel settore presente sul territorio, interpellato per offrire una presentazione inerente strumenti scolastici informatici. Motivante, tutto ciò, esponenzialmente per i destinatari di una tale performance, portati ad interagire e riproporre quanto appreso sul campo in maniera autentica, sebbene adattata ad hoc sul piano didattico.

 Un punto fondamentale di cui occorre tenere conto in fase di progettazione, quindi, è la creazione di un ambiente duale di apprendimento. Se in un primo momento si porge il contenuto disciplinare, questa somministrazione apparentemente sciolta dal momento CLIL, in realtà sarà stata studiata “a tavolino” per essere interamente sovrapponibile sul piano linguistico alla fase CLIL, dove il tutto dovrà tendere a creare il facile ritorno alla mente di concetti già noti e talmente padroneggiati da poterli riprendere in un’altra lingua senza un vero e proprio sforzo. A sua volta, paradossalmente, la stessa programmazione disciplinare, ci appare adesso chiaro, non può né deve prescindere da un preciso schema di ripresa terminologica.

Concretamente questo si traduce nell’adattamento dei contenuti (sia in termini di lessico che in termini di strutture) tenendo presente che sono i contenuti disciplinari a introdurre quelli linguistici e non viceversa.

Una possibile strategia è quella che si prefigge di far sì che i contenuti linguistici vengano esercitati ed appresi all’interno di contesti caratterizzanti.

Così come per il materiale autentico, la cui generazione è “casalinga”, anche la progettazione di un percorso CLIL può essere ricondotta a modelli di riferimento on line, presenti su siti facilmente individuabili (come nel caso di: Teaching English o di Didattica 2.0).    

-Fine parte prima-


[1]  D. Nunan, The self-directed Teacher: managing the learning process, Cambridge University Press, Cambridge, 1996.

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